Origini

Le “Cumbagnìje” che, un tempo esistevano in Avigliano, non erano altro che gruppi di amici, più o meno della stessa età anagrafica, uniti da particolari interessi e vincoli affettivi, che si riunivano giornalmente per vari motivi, fra i quali i giuochi collettivi: gli unici svaghi per ragazzi e giovani dell’epoca.

Non di rado questi amici si intrattenevano la sera in qualche locale o cantina privata, per le cosiddette “piattedde, in quelle occasioni, le serate si concludevano con canzoni d’epoca e con canti di strofette dialettali: le significative e le colorite “spicciarelle”.

Il Gruppo folkloristico di Avigliano nasce all’interno di questo clima e di questa “Cumbagnìja”, una delle più numerose del paese, e la cui composizione lo scrivente tralascia di elencare perché direttamente e personalmente interessato.

Fra i divertimenti di questi amici non mancavano danze e balli. Particolari ricordi suscitano quelli che si svolgevano nella sala degli specchi.

Nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, il gruppo di amici non sapendo come passare il tempo, anche perché c’era l’oscuramento, in paese, trascorreva le serate passeggiando su e giù per Corso Gianturco intonando canti generalmente a più voci. Anche con il cosiddetto “falsetto”. Per questi motivi il gruppo fu denominato in senso canzonatorio, scherzosamente, “la cumbagnìja dei canterini”.

Intorno agli anni ’50 del secolo scorso (la data precisa può essere ricavata da una ricerca che si può fare presso la RAI sede regionale o nazionale), la RAI, appunto, organizzò un programma-concorso di canti e danze popolari al quale potevano partecipare tutte le regioni d’Italia, in base a selezioni che avvenivano nei capoluoghi di regione.

Il programma-concorso denominato “Voci e Volti della Fortuna” prevedeva che chi riusciva a classificarsi 1° alla selezione regionale doveva poi partecipare, con il proprio programma, alla gara a livello nazionale che si sarebbe svolta appunto a Roma.

Alla gara regionale partecipò anche Avigliano con un gruppo formato da sei elementi della “cumbagnìja dei canterini”, integrati da altri giovani, dalle ragazze per formare le coppie e da alcuni suonatori, tutti in costume antico aviglianese.

Era nato il primo, informale gruppo folkloristico aviglianese, che felicemente si esibì a Potenza riscuotendo il plauso anche della stampa dell’epoca ma che, sfortunatamente, non fu selezionato per il solito “vizio” delle raccomandazioni.

L’esclusione suscitò tanta amarezza in molti dei suoi componenti che da allora non vollero sentir parlare più di tradizioni e di organizzazioni folkloristiche.

Non così la pensava “Nard’ r’ Pésc’”, strenuo custode delle tradizioni, il quale proprio in virtù di quella ingiusta esclusione, tenace come era di carattere, non si arrese alla palese prepotenza. E da quel momento animato non da meschina rivalsa, come dimostrerà a tutti in seguito, ma soltanto da pura e legittima passione per la bellezza delle tradizioni aviglianesi e che quella prima manifestazione folkloristica aveva ampiamente dimostrato in tutto il suo valore e la sua bellezza, Leonardo Genovese può ben considerarsi il fondatore di quello che sarebbe stato il Gruppo Folkloristico Aviglianese.

Dette, così come si suol dire, di “buzzo buono”, e creò, organizzò e sviluppò, con l’adesione di giovanissime coppie e con un nutrito e vario programma un affiatatissimo gruppo folkloristico.

Per verità storica, però, bisogna dire anche che l’idea personale di Leonardo Genovese trovò autorevole conforto e sprone, impulso e nuova linfa nella persona dell’Ispettore Scolastico Emilio Gallicchio, il quale aveva avuto modo di assistere all’esibizione degli aviglianesi al concorso di “Voci e Volti della Fortuna”. Difatti, se la memoria non inganna lo scrivente, le prove dei quel concorso si svolsero in un’aula del Circolo Didattico di Potenza 1° – la Rosa Maltoni, sede anche dell’Ufficio dell’Ispettorato Scolastico del tempo. Ed è noto che Gallicchio fu un “patito” delle tradizioni aviglianesi.

In breve tempo il Gruppo si fece apprezzare per i canti e per le danze che avevano caratterizzato la vita dei nostri avi, tanto da varcare gli angusti limiti regionali per proiettarsi prima sul piano nazionale e successivamente su quello europeo. Numerosissimi erano, infatti, gli inviti che provenivano da questi lontani lidi.

Il Gruppo era formato da oltre 30 elementi tra ballerini, coro e componenti il caratteristico complessino musicale.
Il programma comprendeva canti, balli, poesie, le “spicciarelle”, strofette dialettali, aventi come elementi comuni, tra l’altro, l’amore per la terra, un amore, talvolta drammatico, della donna amata, perché deluso, ma nel quale l’innamorato non perde mai la fiducia. Di qui, forse, uno dei motivi dell’orgoglio e della fierezza dell’aviglianese, rinomato e rispettato un tempo dell’orgoglio e della fierezza dell’aviglianese, rinomato e rispettato un tempo ed oggi vacuo e inconsistente agli occhi degli stessi aviglianesi.

Per quanto riguarda il ballo, una menzione particolare meritala “tarantella”, che variava nel motivo musicale e nella sua essenza rispetto a quelle di altre regioni meridionali e dove il vigore dei giovani contadini aveva modo di esternarsi in tutta la sua forza e la sua vitalità.

I versi cantati hanno un contenuto vario: a volte drammatico, altre volte aggressivo, allegro, canzonatorio, sarcastico. Un repertorio ricco: arguto e polemico nello stesso tempo.

Non meno caratteristici erano i costumi.

Costume fantasioso ed originale quello degli antichi aviglianesi, dalle linee sobrie e variopinte, ricco di finissimi ornamenti, le cosiddette “uarnizioni” o “uarn’miend'”. Intreccio e ricamo insieme, soprattutto nella speciale “tuaglja” che facilmente si lasciava scivolare sulle spalle delle ragazze.

Per i maschi vi erano “gli cauzuni”” aderenti ed abbottonati sotto il ginocchio, la “cammisòla”, antico gilet, di diversa foggia, il fazzoletto al collo, il cappello a punta con sottogola e gli “zambitti” ai piedi, scarponi di cuoio e stringhe.
Il Gruppo si avvalse dell’opera di esperti e riuscì, così come è stato precedentemente annunciato, a varcare facilmente i confini lucani.

In fatti i numerosi inviti che ricevette, lo portarono ad esibirsi:

a) In Basilicata: a Potenza, Tricarico, Accettura, Melfi, Monticchio, Rionero in Vulture, Atella, Baragiano, Ruoti, Lagopesole, Viggiano.

b) In Italia: Rescaldina (MI), Assisi, Grumo Appula, Cosenza, Reggio Calabria, Caltanissetta, Milano, Rimini, Calitri, Montella, Roma, ecc…

c) In Europa: Zagabria (ex Iugoslavia), Zurigo, Rosenheim (Germania), Parigi, Bruxelles, Lussemburgo.

d) In TV: Melfi, nella trasmissione “Giochi all’aria aperta”.

ANTONLUCIO TRIPALDI

Nota.
Antonlucio Tripaldi – Avigliano 08.12.2006, su richiesta del signor Giacomo Samela, responsabile del ricostituito Gruppo Folkloristico di Avigliano.